Anche mentre pensi di esserti spento, il tuo corpo emette luce. Accade adesso, mentre leggi: un bagliore troppo debole perché i tuoi occhi possano raccoglierlo. La notizia scientifica da cui partiamo ha qualcosa che trattiene: uno studio del 2025 ha confrontato questa emissione nei topi vivi e dopo la morte, osservando che si attenua nettamente. Persino il silenzio di un corpo ha una storia luminosa da raccontare. Si chiama emissione fotonica ultradebole, UPE. Dentro le cellule, le reazioni chimiche legate al metabolismo e ai processi ossidativi possono liberare minuscole quantità di luce: fotoni. Per registrarli servono strumenti sensibilissimi. Succede anche a noi. E quando la vita termina, quel chiarore diminuisce, mentre alcune attività cellulari continuano ancora per un po’: in certi organi è stato rilevato fino a un’ora dopo la morte. Lo spegnimento ha i suoi tempi.
Torniamo allora alle aureole, a quell’oro che i pittori posavano attorno ai volti dei santi. Viene voglia di chiedersi se ciò che qualcuno chiama aura, o bagliore dell’anima, abbia una parentela con questa luce. La domanda affascina; finora, però, nessun esperimento ha dimostrato il legame. Quei fotoni raccontano la chimica del corpo. L’aureola appartiene al linguaggio con cui l’arte prova a rendere visibile la santità. Eppure possiamo sostare davanti a questa somiglianza, lasciandole lo spazio di un’immagine spirituale. Il chiarore si affievolisce e il credente immagina l’anima che si separa dal corpo, accolta altrove, in una dimensione che sfugge alle nostre misure. È una speranza affidata alla fede, mentre lo strumento registra soltanto una variazione di luce.
Ad Annaya, in Libano, i racconti su san Charbel custodiscono una scena sorprendente: dopo la sua morte, nel 1898, alcuni monaci riferirono bagliori attorno alla tomba. Sono testimonianze della tradizione religiosa, senza un collegamento accertato con l’UPE. Resta quell’immagine: qualcuno si avvicina a una sepoltura e racconta di avervi incontrato luce. Anche la Sindone ci porta davanti a un interrogativo. All’ENEA, con impulsi laser ultravioletti, i ricercatori hanno ottenuto sul lino colorazioni simili ad alcune caratteristiche dell’immagine sindonica. Hanno esplorato un possibile meccanismo che suggerisce che un lampo abbia potuto generare quell’impronta.
Mi commuove pensare che persino un corpo stanco custodisca un chiarore. E quando affido a Dio chi amo, oso immaginare questo: il nostro sguardo si ferma, il suo continua ad accompagnarlo. Forse è qui che la luce diventa una carezza per chi resta: nella fiducia che una persona, con la sua voce e tutto l’amore che ci ha donato, trovi ancora qualcuno capace di chiamarla per nome. Sorprendente vero?