Ti confesso una cosa, e lo faccio quasi sottovoce, come quando si condivide qualcosa che non si è ancora del tutto pronti a dire ad alta voce: proprio nei giorni successivi alla pubblicazione del mio ultimo articolo sulla presenza di Dio nell’universo, è arrivata una notizia che ha acceso un piccolo incendio nel mondo della divulgazione scientifica. Il fisico di Harvard Michael Guillén ha proposto una teoria affascinante, di quelle che ti fanno sgranare gli occhi: Dio avrebbe una collocazione fisica precisa nell’universo, a circa 439 trilioni di chilometri dalla Terra. Capisci? Una distanza così vertiginosa da sembrare già, di per sé, qualcosa di sacro. Per comprenderla, devi immaginare di alzare lo sguardo, oltre le stelle, oltre le galassie, fino a quel limite invisibile che chiamiamo Orizzonte Cosmico.
L’universo si espande, lo sai. E secondo la Legge di Hubble, più qualcosa è lontano, più si allontana velocemente da noi. Così tanto che, a una certa distanza, la luce non riesce più a raggiungerci. È lì che Guillén colloca il mistero. Un punto dove il tempo sembra fermarsi. Un eterno presente. Una soglia sospesa tra ciò che è e ciò che non possiamo più vedere. Ed è proprio lì, dice, che potrebbe trovarsi il Paradiso. Ora fermati un attimo. Respira. Perché a questo punto potresti aspettarti che io sorrida, soddisfatto, quasi sollevato: finalmente la scienza che indica un “luogo” per Dio. E invece no. Questa volta ti sorprendo davvero: non sono affatto d’accordo.
Non perché la teoria non sia suggestiva. Lo è, eccome. Ha il fascino delle cose che sembrano unire cielo e formule, Bibbia e relatività. Ma proprio per questo rischia di ingannarti. Perché vedi, il punto non è dove si trovi Dio. Il punto è che Dio non si trova. Dio è.
E se è, allora non può essere confinato. Non può essere collocato. Non può essere distante. Dio non è a 439 trilioni di chilometri da te. È a zero.
È qui, adesso, mentre i tuoi occhi scorrono queste parole. È nel battito silenzioso che non ascolti mai abbastanza. È nell’aria che entra nei tuoi polmoni senza chiedere permesso. È nella luce che si posa sulle cose e le rende visibili. È in te.
E no, non è panteismo. È qualcosa di più profondo, più vertiginoso, più intimo. È quello che Plotino intuiva quando parlava di un’emanazione continua, di una realtà che sgorga da una sorgente inesauribile. Io te lo ripeto spesso, quasi fosse un ritornello: tutto ciò che esiste è amore condensato di Dio.
Frammenti di un’esplosione d’amore che continua ancora. Capisci cosa significa? Che non può esistere un “fuori” da Dio. Perché Dio è questo.
E se anche proviamo a guardarla da un punto di vista scientifico, la teoria di Guillén mostra delle crepe. Non piccole. Strutturali. L’Orizzonte Cosmico non è un luogo. È una prospettiva. Dipende da dove ti trovi. Tu stesso, in questo momento, sei l’orizzonte di qualcun altro. Ma questo non ti rende divino. E quel tempo che sembra fermarsi? Non si ferma davvero. È solo un effetto, un’illusione dovuta al redshift estremo. Per chi fosse lì, il tempo scorrerebbe normalmente.
Vedi allora? Non è lì che devi cercare. Non oltre. Ma dentro. E forse è proprio questo che spaventa di più: accettare che Dio non sia lontano, irraggiungibile, nascosto ai confini dell’universo… ma incredibilmente vicino. Così vicino da abitarti. Così vicino da chiederti una sola cosa, silenziosa e potente: Te ne sei mai accorto davvero?
Sorprendente, vero?
Alessandro Ginotta