La notte in cui la fede raggiunse la Luna

La notte in cui la fede raggiunse la Luna

Il gesto segreto di Buzz Aldrin

L’uomo pensava di avere portato la Terra sulla Luna, ma quella notte qualcuno riuscì a portarvi anche un frammento di cielo.

Era il 20 luglio 1969 e, alle 20:17:40 del tempo universale, il modulo lunare Eagle toccò finalmente la superficie del nostro satellite. Una nuvola di polvere si sollevò sotto i suoi piedi metallici, mentre milioni di persone, davanti ai televisori, smisero per qualche istante di essere americani, europei, ricchi, poveri, credenti o atei e diventarono semplicemente umanità: un solo corpo con il naso all’insù.

A bordo c’erano Neil Armstrong e Buzz Aldrin, pronti a trasformare in cronaca uno dei sogni più antichi dell’uomo, mentre Michael Collins continuava a orbitare intorno alla Luna nel modulo di comando, sospeso tra il pianeta azzurro e quella distesa silenziosa che, fino a poche ore prima, apparteneva soltanto ai poeti, agli innamorati e ai visionari.

Sei ore più tardi, alle 02:56 del 21 luglio, Armstrong scese lentamente la scaletta e posò il piede sulla polvere lunare. Quell’impronta diventò il simbolo della scienza che osa, dell’intelligenza che supera i propri confini, dell’impossibile che, a furia di calcoli e coraggio, smette di esserlo.

Eppure, prima di quel passo entrato nei libri di storia, era già accaduto qualcosa di straordinario. Qualcosa che nessuna telecamera riprese.

Diciannove minuti prima di raggiungere Armstrong sulla superficie lunare, Buzz Aldrin si fermò, spense i microfoni, estrasse un piccolo contenitore con il Pane e il vino e, a circa 382.500 chilometri dal Tabernacolo più vicino, fece la Comunione.

Prova a immaginare la scena: dentro una macchina costruita con lamiere, bulloni, circuiti e formule matematiche, circondato dal vuoto cosmico, in un luogo sul quale nessun essere umano aveva mai camminato, un uomo sentì il bisogno di raccogliersi davanti a Dio. Avrebbe potuto ubriacarsi di successo, gonfiare il petto e sentirsi padrone dell’universo, invece, proprio nel momento in cui appariva gigantesco agli occhi del mondo, scelse di farsi piccolo.

Prese il Pane, versò il vino nel calice e osservò affascinato il liquido muoversi lentamente nella ridotta gravità lunare, quasi danzasse nel silenzio. Fuori dal finestrino si stendeva un paesaggio mai contemplato da occhi umani, eppure Aldrin non guardava soltanto ciò che aveva davanti: cercava ciò che stava oltre. Poi sussurrò alcune parole del Vangelo di Giovanni: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla».

Senza di me non potete far nulla. Una frase decisamente poco diplomatica nel momento in cui l’uomo sembrava avere appena dimostrato di poter fare qualunque cosa. Avevamo attraversato lo spazio, costruito un razzo alto quanto un grattacielo, raggiunto la Luna con strumenti che oggi apparirebbero rudimentali, eppure un astronauta, nel cuore dell’impresa tecnologica più spettacolare del Novecento, sentiva il bisogno di riconoscere che l’uomo non basta a sé stesso. Non è sorprendente?

Aldrin avrebbe voluto leggere pubblicamente quel passo, consentendo a milioni di persone di partecipare al momento, ma la NASA preferì evitare. L’astronauta riaccese quindi le comunicazioni e rivolse alla Terra un invito apparentemente neutro che, sapendo ciò che era appena accaduto, diventa quasi una preghiera:

«Vorrei chiedere a ogni persona che ci sta ascoltando, chiunque essa sia e dovunque si trovi, di fermarsi un momento e di contemplare ciò che è successo nelle ultime ore». Fermarsi e contemplare. Due verbi che oggi suonano quasi sovversivi.

Viviamo correndo, fotografiamo senza guardare, condividiamo senza comprendere e raggiungiamo traguardi senza domandarci dove stiamo davvero andando. Sappiamo attraversare lo spazio, ma spesso fatichiamo ad attraversare il silenzio che ci separa da noi stessi.

Aldrin, invece, si fermò. Mentre il mondo celebrava la conquista, lui scelse la gratitudine. Mentre tutti guardavano l’uomo salire verso le stelle, lui cercava Dio dentro un frammento di Pane.

Perché la NASA aveva tanta paura di quelle parole? La risposta si trova pochi mesi prima, nella notte di Natale del 1968, quando gli astronauti dell’Apollo 8, William Anders, Frank Borman e Jim Lovell, stavano orbitando intorno alla Luna. Durante una trasmissione seguita da un pubblico immenso, i tre lessero alcuni versetti della Genesi: «In principio Dio creò il cielo e la terra». Borman concluse poi con un augurio semplice e solenne: «Dall’equipaggio dell’Apollo 8 vi auguriamo una buona notte, buona fortuna, un felice Natale e che Dio vi benedica tutti, tutti quanti sulla Terra». Quelle parole commossero milioni di persone, ma provocarono anche una polemica furibonda. Madalyn Murray O’Hair, presidente dell’Associazione degli ateisti americani, accusò la NASA di avere violato il Primo Emendamento della Costituzione statunitense e, dopo quella bufera, l’ente spaziale decise di muoversi con estrema prudenza. Niente letture bibliche ufficiali. Niente dichiarazioni religiose capaci di accendere nuove controversie. La fede poteva arrivare sulla Luna, purché lo facesse sottovoce.

E forse proprio quel silenzio rese il gesto di Aldrin ancora più potente, perché alcune azioni si indeboliscono quando vengono esibite, mentre altre, compiute nel segreto, continuano a parlare per decenni. Quel giorno il Pane e il vino furono i primi alimenti consumati sulla Luna. Prima ancora che un uomo lasciasse la propria impronta nella polvere, aveva portato fin lassù un segno di comunione. Una coincidenza? Forse. Oppure una provocazione nascosta nella storia: che valore ha conquistare nuovi mondi, se continuiamo a dividerci in quello che già abitiamo?

Ma il racconto non finisce qui. Mentre Aldrin pregava nel silenzio del modulo lunare, sulla Terra un altro uomo osservava il cielo. Era Paolo VI, che seguiva l’impresa dalla Specola di Castel Gandolfo e che, subito dopo l’allunaggio, rivolse agli astronauti un messaggio capace di tenere insieme entusiasmo scientifico e stupore spirituale: «Onore, saluto e benedizione a voi, conquistatori della Luna, pallida luce delle nostre notti e dei nostri sogni. Portate ad essa, con la vostra viva presenza, la voce dello spirito, l’inno a Dio, nostro Creatore e nostro Padre». “Conquistatori della Luna”, li chiamò il Papa, ma senza cedere alla retorica del dominio, perché li invitò a portare lassù la voce dello spirito.

Possiamo piantare una bandiera, raccogliere rocce, misurare crateri e calcolare distanze, ma resta sempre qualcosa che sfugge ai nostri strumenti. Il cielo può essere esplorato, eppure continua a interrogarci. L’universo può essere misurato, eppure rimane smisurato.

Paolo VI affidò inoltre all’equipaggio dell’Apollo 11 un testo destinato a essere lasciato sulla Luna. Conteneva il Salmo 8, nel quale l’autore, alzando gli occhi verso il firmamento, si domanda: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi?». Quale testo avrebbe potuto essere più adatto? L’uomo era finalmente arrivato sulla Luna e, proprio lì, trovava ad attenderlo una domanda su sé stesso.

Chi sei, uomo? Sei soltanto l’animale capace di costruire razzi e attraversare il vuoto, oppure sei una creatura che, più allarga i propri confini, più avverte la vertigine del mistero? Hai raggiunto la Luna, certo, ma hai finalmente raggiunto te stesso?

Al loro ritorno sulla Terra, Armstrong, Aldrin e Collins furono ricevuti da Paolo VI, che donò loro alcune statue raffiguranti i Re Magi. Una scelta tutt’altro che casuale, perché anche i Magi erano osservatori del cielo, studiosi capaci di leggere il movimento degli astri. Per loro, però, la conoscenza non diventò un punto di arrivo, ma una strada. «I Re Magi», spiegò il Papa, «partono da uno studio scientifico, che non rimane fine a sé stesso, ma diventa segno di un’altra realtà più importante, alla quale dirigono non soltanto la mente, ma anche i loro passi di pellegrini fiduciosi e coraggiosi».

Eccolo, il luogo nel quale scienza e fede possono finalmente smettere di lanciarsi sassi e tornare a guardare insieme verso l’alto. La scienza domanda come funzioni il cielo. La fede osa chiedere perché quel cielo riesca ancora a commuoverci. La scienza calcola la distanza tra la Terra e la Luna. La fede si interroga sulla distanza tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare. La scienza costruisce il razzo. La coscienza decide dove vogliamo andare.

Paolo VI conservò fino alla fine quello sguardo spalancato sul cosmo e, il 12 luglio 1978, poche settimane prima della morte, rivolse agli astronomi un invito poche settimane prima della morte, rivolse agli che sembra scritto anche per noi: «Aiutateci a sollevare i nostri cuori e le nostre menti oltre i limitati orizzonti delle nostre fatiche quotidiane, per abbracciare il vasto dominio di stelle e galassie e scoprire, al di là, la magnificenza e il potere del Creatore». Forse è proprio questo che abbiamo dimenticato: sollevare lo sguardo.

Possediamo dispositivi capaci di mostrarci immagini provenienti dai confini dell’universo, eppure rischiamo di restare intrappolati nel piccolo recinto delle nostre paure. Conosciamo galassie lontane miliardi di anni luce, ma a volte ignoriamo il dolore della persona seduta accanto a noi. Sappiamo orientare sonde nello spazio profondo e continuiamo a smarrire la direzione della nostra vita.

La storia di Buzz Aldrin non serve a mettere la fede contro la scienza, perché la fede autentica non ha paura delle domande e la scienza autentica non ha bisogno di trasformarsi in una religione. Entrambe nascono dallo stupore. Una osserva l’universo e cerca di comprenderne le leggi. L’altra contempla la stessa immensità e domanda quale posto occupi l’uomo dentro tutto questo.

Quella notte del luglio 1969 l’umanità dimostrò di poter raggiungere la Luna, ma un astronauta, raccolto davanti a un pezzo di Pane, ricordò al mondo che arrivare lontano non significa necessariamente arrivare in alto. Si può attraversare lo spazio e rimanere prigionieri di sé stessi. Si può camminare sulla Luna e dimenticare chi ci ha insegnato a guardarla. Si può conquistare il cielo senza permettere al cielo di conquistarci.

Buzz Aldrin fece la Comunione nel silenzio, Paolo VI benedisse gli astronauti dalla Terra e il Salmo continuò a lanciare la propria domanda attraverso il vuoto cosmico: che cosa è mai l’uomo? Forse la risposta si nasconde proprio in quella piccola scena rimasta per anni nell’ombra: un essere umano circondato dall’immensità, fragile dentro una capsula di metallo, capace di spingersi più lontano di chiunque altro eppure ancora affamato d’infinito.

Tutti ricordano l’impronta lasciata da Armstrong sulla polvere lunare. Ma quella notte accadde qualcosa di ancora più sorprendente: mentre l’uomo lasciava la propria impronta sulla Luna, Dio lasciava la sua nel cuore dell’uomo. Sorprendente, vero?

Alessandro Ginotta

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