Ti ha mai sorriso una statua? A me sì, più di una volta. La pareidolia è il fenomeno per cui il cervello riconosce volti ed espressioni tra ombre e chiaroscuri. La scienza lo spiega bene. Eppure penso che, talvolta, dentro quella spiegazione abiti qualcosa di più: forse Dio sa servirsi anche dei nostri occhi per raggiungere il cuore.
In un episodio precedente ti ho raccontato di un’immaginetta di San Giovanni Paolo II, custodita per anni nella Bibbia sul comodino. Ogni mattina osservavo il volto del Papa: a volte sorrideva e la giornata sembrava aprirsi serena; altre appariva cupo o arrabbiato, come se annunciasse difficoltà. Quando invece il suo sguardo diventava quieto e lontano, spesso entravano nella mia vita persone nuove, destinate ad accompagnarmi verso mete ancora invisibili. Quell’immaginetta non mi ha mai, e sottolineo mai, dato un’indicazione sbagliata.
Lo stesso accade con questo angioletto, parte di una statua più grande dedicata a un santo. Non dirò quale né dove si trovi, per evitare pellegrinaggi di curiosi armati di smartphone. Vado a trovarlo quasi ogni settimana. Il santo mi perdonerà, ma spesso la visita è soprattutto per quell’angelo. Ce ne sono due ai lati della figura principale; soltanto quello di sinistra “mi parla”. Sorride, si fa perplesso, mette il broncio.
Davanti a quel volto ho pregato per persone gravemente malate, per la mia famiglia, dopo un lutto, nei momenti difficili sul lavoro o quando una discussione lasciava nell’anima il rumore di una porta sbattuta. Ogni volta mi sono rialzato con una certezza quieta: le cose sarebbero andate in un modo preciso. Ed è accaduto.
Non ricevo sempre risposte piacevoli. La speranza non è una collezione di sorrisi, ma la forza di attraversare ciò che temiamo sapendo di non essere soli. Non è magia né stregoneria. È fede. Ed è anche luce, che spostandosi sul marmo fa emergere espressioni diverse.
Forse il prodigio è proprio questo: Dio non ha bisogno di violare le leggi della fisica; gli basta accendere una sfumatura dove il cuore è pronto a vederla. Anche la Bibbia racconta forme di discernimento che oggi ci sorprendono.
Davide consulta il Signore attraverso l’efod sacerdotale (1 Samuele 23,9-12; 30,7-8), nel cui pettorale erano custoditi gli Urim e Tummim (Esodo 28,30), oggetti sacri usati per cercare la volontà divina. Anche Giosuè avrebbe dovuto affidarsi al sacerdote Eleàzaro (Numeri 27,21).
Io però non trasformo l’angelo in un oracolo: prego Dio, non la pietra. Mi presento con una domanda e, qualche volta, una lama di luce mi aiuta a intuire se la risposta sarà quella sperata o se dovrò accoglierne una diversa. Forse è soltanto pareidolia. Oppure è la tenerezza di Dio, che conosce la strada segreta dei nostri occhi. Sorprendente, vero?