Il sasso che si muove e ti parla di Dio

Immagina un sasso, bello grosso, piuttosto pesante. È qui, sul tavolo, davanti a te. Lo puoi toccare, lo puoi soppesare, lo puoi osservare da ogni angolazione. È un esempio di oggetto inanimato. Vero? È forse l’oggetto più statico che tu possa immaginare. Grande. Fermo. Pesante. Invece no. Se quel sasso pesa un chilo, dentro di lui c’è una folla sterminata: a seconda della composizione, contiene all’incirca 30 milioni di miliardi di miliardi di atomi, cioè circa 3 seguito da 25 zeri, e custodisce qualcosa come 300 milioni di miliardi di miliardi di elettroni. Dentro ciò che chiami “inerte” c’è un universo in agitazione. Gli elettroni che vibrano costantemente attorno ai loro nuclei. Una materia in fermento. E allora dimmi: davvero è morto ciò che non si muove davanti ai tuoi occhi, oppure siamo noi ad avere uno sguardo troppo pigro, troppo convinto che esista solo ciò che fa rumore? Ora pensa a una grande quercia. Anche lei sembra immobile, eppure cresce, respira, trasforma il sole in vita. E anche lei, come il sasso, come un bicchier d’acqua, come una stella che brucia nel buio, è fatta di atomi, elettroni, particelle che oscillano e vibrano continuamente e vorticosamente. Allora la domanda diventa inevitabile: se tutto è movimento, se anche ciò che sembra finito custodisce un’intima possibilità, chi siamo noi per dichiarare irrecuperabile una vita, chiusa una storia, morto un desiderio? Forse Dio abita proprio lì, non come tappabuchi per ciò che ancora non sappiamo, ma come profondità ultima di ciò che esiste, come Presenza che sostiene il moto segreto delle cose, come Respiro che attraversa il sasso, la quercia, l’acqua, la stella e anche te, quando ti senti pesante, fermo, inutile. Tu pensi di essere un blocco di pietra dimenticato sul tavolo della vita, e invece dentro di te si muove ancora un mondo. La fede, allora, non è fuggire dalla materia, ma imparare a vederla in profondità, fino a scoprire che ogni cosa porta una ferita di infinito. Perfino un sasso, se lo guardi abbastanza a lungo, può diventare una provocazione spirituale, perché dentro la sua apparente immobilità pulsa una liturgia silenziosa, un canto senza voce, una fedeltà nascosta al movimento dell’universo. Perché se nulla è davvero immobile, se perfino la pietra custodisce una danza, allora la parola “fine” è spesso soltanto una bugia pronunciata troppo presto. Tu non sei fermo. Sei materia attraversata dal Mistero. Sei polvere che Dio continua a chiamare per nome. E quando tutto sembra pesante, muto, spento, ricordati questo: anche nel cuore della pietra l’universo sta ancora danzando. Figuriamoci nel tuo. Sorprendente, vero?

Immagina un sasso, bello grosso, piuttosto pesante. È qui, sul tavolo, davanti a te. Lo puoi toccare, lo puoi soppesare, lo puoi osservare da ogni angolazione. È un esempio di oggetto inanimato. Vero? È forse l’oggetto più statico che tu possa immaginare. Grande. Fermo. Pesante. Invece no. Se quel sasso pesa un chilo, dentro di lui c’è una folla sterminata: a seconda della composizione, contiene all’incirca 30 milioni di miliardi di miliardi di atomi, cioè circa 3 seguito da 25 zeri, e custodisce qualcosa come 300 milioni di miliardi di miliardi di elettroni. Dentro ciò che chiami “inerte” c’è un universo in agitazione. Gli elettroni che vibrano costantemente attorno ai loro nuclei. Una materia in fermento.

E allora dimmi: davvero è morto ciò che non si muove davanti ai tuoi occhi, oppure siamo noi ad avere uno sguardo troppo pigro, troppo convinto che esista solo ciò che fa rumore? Ora pensa a una grande quercia. Anche lei sembra immobile, eppure cresce, respira, trasforma il sole in vita. E anche lei, come il sasso, come un bicchier d’acqua, come una stella che brucia nel buio, è fatta di atomi, elettroni, particelle che oscillano e vibrano continuamente e vorticosamente.

Allora la domanda diventa inevitabile: se tutto è movimento, se anche ciò che sembra finito custodisce un’intima possibilità, chi siamo noi per dichiarare irrecuperabile una vita, chiusa una storia, morto un desiderio? Forse Dio abita proprio lì, non come tappabuchi per ciò che ancora non sappiamo, ma come profondità ultima di ciò che esiste, come Presenza che sostiene il moto segreto delle cose, come Respiro che attraversa il sasso, la quercia, l’acqua, la stella e anche te, quando ti senti pesante, fermo, inutile. Tu pensi di essere un blocco di pietra dimenticato sul tavolo della vita, e invece dentro di te si muove ancora un mondo. La fede, allora, non è fuggire dalla materia, ma imparare a vederla in profondità, fino a scoprire che ogni cosa porta una ferita di infinito. Perfino un sasso, se lo guardi abbastanza a lungo, può diventare una provocazione spirituale, perché dentro la sua apparente immobilità pulsa una liturgia silenziosa, un canto senza voce, una fedeltà nascosta al movimento dell’universo.

Perché se nulla è davvero immobile, se perfino la pietra custodisce una danza, allora la parola “fine” è spesso soltanto una bugia pronunciata troppo presto. Tu non sei fermo. Sei materia attraversata dal Mistero. Sei polvere che Dio continua a chiamare per nome. E quando tutto sembra pesante, muto, spento, ricordati questo: anche nel cuore della pietra l’universo sta ancora danzando. Figuriamoci nel tuo. Sorprendente, vero?

Alessandro Ginotta

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