Riparto da lì. Da quella domanda che avevamo lasciato sospesa come una vertigine, come una porta socchiusa sull’infinito: se masse finite possono piegare lo spaziotempo, cosa può fare Dio, infinito, onnipotente, eterno? Una domanda che non era solo poesia, ma intuizione profonda. Un lampo dell’anima. E oggi scopriamo che quel lampo aveva fondamenta solide, quasi scolpite nella trama stessa dell’universo. Perché ciò che Einstein aveva teorizzato, con il coraggio di chi osa pensare l’impensabile, oggi i fisici lo confermano. Il tempo non è un fiume regolare che scorre uguale per tutti. Non è un metronomo imparziale. Il tempo è sensibile. Si lascia influenzare. Cambia volto a seconda di dove ti trovi, di quanta massa ti circonda, della gravità che ti tiene ancorato. Il tempo non è rigido: è relazione.
Pochi giorni fa, uno studio pubblicato su The Astronomical Journal ha messo nero su bianco qualcosa che ha il sapore della rivelazione: su Marte il tempo scorre più velocemente che sulla Terra di 477 milionesimi di secondo al giorno. Un’inezia, penserai. Eppure un battito di ciglia dura circa mille volte tanto. È poco, sì. Ma è abbastanza da costringere gli scienziati a inserire correzioni precise nelle procedure di ammartaggio delle sonde spaziali. Perché nello spazio, come nella vita, anche uno scarto minuscolo può farti mancare l’obiettivo. Poco, ma sufficiente a far tremare le nostre certezze. Poco, ma abbastanza per dirci che il tempo non è uguale ovunque. Che l’“adesso” non è universale. Che il presente cambia a seconda del luogo che abiti. Esistono molti “ora”, disseminati nel cosmo, come isole di tempo che non coincidono perfettamente tra loro. E allora tutto torna. Anche teologicamente. Anche spiritualmente. Anzi, soprattutto.
Se il tempo cambia da pianeta a pianeta, se l’universo è popolato da presenti diversi, allora Dio non può essere prigioniero di uno solo di essi. E forse avevamo ragione, la scorsa settimana, a intuire qualcosa di audace: Dio non abita il tempo, lo abbraccia. Non lo subisce: lo genera. Non lo percorre come facciamo noi, affannati e lineari: lo contiene come un respiro infinito. La scienza oggi ci dice che il tempo si piega. Un Dio capace di toccare simultaneamente il primo battito dell’universo e l’ultimo respiro di ogni creatura. Un Dio che non arriva in ritardo e non è mai in anticipo, perché per Lui non esistono orologi da rincorrere. Per Lui – ed è vertiginoso dirlo – ogni attimo è adesso. E forse sorprendersi con Dio significa proprio questo: scoprire che, mentre il nostro tempo si dilata, si accorcia, a volte ci schiaccia e altre ci sfugge di mano, Lui resta. Presente. Ovunque. In ogni tempo. Sorprendente, vero?
Alessandro Ginotta