Troppo perfetto. Te ne parlavo nello scorso episodio di “Sorprendersi con Dio”, quando ci siamo affacciati insieme sull’abisso silenzioso del DNA: una struttura così precisa, così incredibilmente ordinata, da far vacillare persino l’idea del caso. Ma oggi voglio portarti oltre. Voglio raccontarti una storia. Una di quelle che non si limitano a informare… ma che, se le lasci entrare, ti cambiano dentro. È la storia di Francis Collins, lo scienziato che ha guidato il Progetto Genoma Umano fino a decifrare la sequenza della nostra vita: tre miliardi di lettere, una dopo l’altra, come un codice inciso nel cuore dell’esistenza.
Eppure, all’inizio, Collins non credeva. Per lui, Dio era un’ipotesi inutile. La scienza bastava. Doveva bastare. Poi accade qualcosa. Accade che la scienza, quando è vera fino in fondo, non si limita a spiegare, ma comincia a interrogare. Accade che il dolore dei pazienti, incontrato nei corridoi degli ospedali, non si lascia ridurre a formule. Accade che il DNA, osservato da vicino, non appare più come una semplice sequenza chimica, ma come una trama, una grammatica, una parola. Una Parola. E tu lo sai cosa significa fermarsi davanti a qualcosa che funziona troppo bene per essere casuale, troppo armonico per essere cieco, troppo preciso per essere nato per errore? Il colore dei tuoi occhi. La forma delle tue mani. Persino quella piega impercettibile del tuo sorriso. Tutto è scritto. Tutto è custodito in una sequenza ordinata che non sbaglia un colpo. Non uno. Troppo. Troppo perfetto. Troppo coerente. Troppo… pieno di senso. E allora Collins si arrende alla verità che la scienza stessa gli mette davanti. E scopre che quel codice non è solo chimica. È linguaggio. È significato. È relazione. Lo chiamerà così: “Il linguaggio di Dio”.
E forse è proprio questo che ci sfugge, quando mettiamo fede e scienza su fronti opposti: pensiamo che credere significhi smettere di cercare, quando in realtà è esattamente il contrario. Credere è accorgersi che la ricerca non finisce… ma si apre. Si spalanca. Diventa incontro. Perché vedi, il punto non è se Dio esiste o meno nei laboratori. Il punto è se abbiamo occhi abbastanza liberi per riconoscerlo quando ci passa accanto, nascosto tra le pieghe ordinate di una molecola. E allora lascia che ti dica una cosa, senza giri di parole: non è la scienza che allontana da Dio. È lo sguardo che smette di stupirsi.
Perché quando torni a stupirti, quando ti lasci attraversare dalla meraviglia, quando accetti che non tutto è riducibile, spiegabile, contenibile… allora accade. Accade che anche il tuo DNA, silenziosamente, cominci a parlare. E tu, per la prima volta, inizi davvero ad ascoltare. Sorprendente, vero?
Alessandro Ginotta